Cinghiali d’Anatolia: la mia avventura di caccia in Turchia

Ci sono cacce che si ricordano per un tiro ben piazzato. Altre per il paesaggio. Altre ancora per la compagnia. Ma poi ce ne sono alcune, rare, in cui ogni cosa si incastra al posto giusto, come un meccanismo perfetto.
La mia battuta di caccia al cinghiale nella regione di Konya, in Turchia, è una di quelle che ti si stampano addosso, nella pelle e nella memoria. E oggi voglio raccontarla.
Era fine novembre, la luna piena già da due sere rischiarava le distese ondulate dell’Anatolia centrale con un chiarore lattiginoso e inquieto. Un cielo terso, l’aria pungente e quel silenzio sospeso che solo chi ha dormito in una tenda da caccia, al margine di una zona di battuta, può capire.
Conoscevo già la fama dei cinghiali turchi. Bestie grandi, muscolose, abituate a territori duri, che si muovono con intelligenza e diffidenza, capaci di sparire in un batter d’occhio. I verri più anziani portano difese che possono superare i venti centimetri. Non è raro che un esemplare arrivi ai 250 o persino 300 chili. E non sto parlando di leggende: parlo di selvatici veri, vissuti, con cicatrici da combattimento e occhi che ti scrutano come se sapessero cosa sei venuto a fare.
Quel giorno la sveglia suonò alle quattro e mezza. Avevamo organizzato una battuta con modalità mista: avremmo iniziato con la posta al mattino e, se il tempo lo permetteva, saremmo passati alla cerca nel pomeriggio. Il team locale di Montefeltro, sempre impeccabile, ci aveva già sistemato le postazioni la sera prima. Conoscono queste terre come le loro tasche. E lo si vede nei dettagli: la scelta della direzione del vento, l’osservazione dei corridoi di passaggio, le tracce fresche lette con un occhio esperto. Io mi fidavo ciecamente.
Alla posta, la pazienza è tutto. L’attesa, che per alcuni è una tortura, per me è quasi meditazione. Verso le sette e venti, il bosco cambiò. Gli uccelli smisero di cinguettare e un paio di corvi iniziarono a gracchiare insistentemente. Li vidi prima ancora di sentirli: una decina di cinghiali sbucò tra le querce e si diresse lenta, compatta, verso il sottobosco. In mezzo a loro, due verri. Uno, in particolare, sembrava uscito da un incubo: nero, largo come una botte, la testa bassa e le difese che spuntavano da entrambi i lati.
Avevo già la carabina sulla spalla, una Benelli Endurance semiauto precisa come un orologio svizzero. Il cuore correva. Presi fiato. Aspettai. E poi… il momento.
Il momento in cui tutto si ferma
Non saprei dire quanto tempo passò esattamente tra quel respiro e il tiro. Forse cinque secondi, forse trenta. So solo che in quei momenti tutto si contrae, tutto rallenta. Non senti più freddo, non senti il vento… solo il battito del cuore in gola e l’odore della terra.
Il verro avanzava lento, massiccio. Ogni passo sembrava misurato, come se avesse il sospetto di qualcosa. Ma la luna era ancora alta, e il mio odore ben nascosto. Aspettai che uscisse un poco dal gruppo ma non troppo, quanto bastava per isolarlo. Poi prese a raspare con il grugno in una radura. Lì capii che era il momento.
Mirai leggermente dietro la spalla, un pò più basso per non rischiare. Un tiro secco, deciso. Il rinculo fu netto ma controllato. Il cinghiale fece uno scatto di dieci metri, poi uno scarto a destra e si bloccò con il muso in alto, quasi a salutare la luna un’ultima volta. Infine crollò su un fianco con un tonfo sordo che risuonò quasi irreale nel silenzio.
Il resto della squadra, a distanza, capì che qualcosa era successo. Ma io rimasi lì, immobile, a guardare quell’enorme massa scura riversa a terra. Mi tremavano le mani, non per l’adrenalina, quella era passata, ma per l’emozione. Avevo davanti un animale straordinario. Uno di quelli che non dimentichi.
Quando la squadra di Montefeltro arrivò, ci fu silenzio. Nessuno disse nulla per qualche istante. Solo dopo, con rispetto, uno dei ragazzi mormorò: “Vecchio guerriero…”. Ed era vero. Quel verro era un re, uno che aveva dominato per anni quei territori. Zanne lunghe, scure, consumate in punta. Il mantello folto, macchiato di fango. Una spalla sfregiata, probabilmente da un’altra battaglia con un rivale. Un animale fiero, pieno. E io l’avevo incrociato proprio quella notte.
Una terra dura, un’avventura vera
La Turchia, e in particolare l’altopiano di Konya, è una terra di caccia autentica. Niente recinti, niente facili abbattimenti. Qui si suda, si cammina, si aspetta. Qui, se vuoi un trofeo, te lo devi guadagnare con pazienza, fatica, conoscenza del territorio. Ma è proprio questo il bello.
Dopo quella mattina, decidemmo di dedicarci alla cerca. L’idea era esplorare un versante che al tramonto era particolarmente battuto dai cinghiali, attratti dai resti delle coltivazioni di girasole. In zona c’erano vecchi terrazzamenti, qualche boschetto fitto e diverse zone di fango, ideali per intercettare movimenti serali.
La cerca è un’arte a parte. Devi muoverti come un’ombra, osservare i segni del terreno, fermarti spesso. A volte segui una pista per ore per poi tornare indietro con niente. Ma quella sera, tra la luce calante e un cielo che prometteva pioggia, individuammo una traccia fresca. Zoccoli profondi, fango smosso di recente.
Ci fermammo. Silenzio. Poi, un fruscio.
Non era grande come il verro del mattino, ma era un altro maschio adulto, compatto, vigile. Era fermo tra due arbusti. Mi abbassai lentamente, sollevai l’ottica, respirai. Il secondo tiro della giornata fu più difficile, con meno luce. Ma anche quel colpo andò a segno. Pulito. Preciso.
Il silenzio dopo
C’è un momento dopo ogni tiro in cui cala un silenzio diverso. Non è più quello teso dell’attesa. È un silenzio pieno, carico. Di rispetto, di fatica, di gratitudine. Non solo per l’animale che hai abbattuto, ma per tutto quello che ti ha portato fin lì. Il terreno, il clima, la tua preparazione, l’intuito della guida, la tua capacità di leggere i segni.
È in quel momento che capisci: non hai semplicemente cacciato un cinghiale. Hai vissuto un pezzo autentico di mondo.
A Konya, questo si sente forte. Ogni dettaglio ti riconnette a qualcosa di più grande. Le valli larghe che profumano di polvere e vento. Le querce contorte che sembrano protendersi verso il cielo. I richiami lontani, i fuochi che si accendono la sera per riscaldare le mani e raccontare la giornata.
Anche i silenzi tra i compagni di caccia dicono tanto. Non servono parole quando hai vissuto insieme un’esperienza così vera. Si parla con uno sguardo, con un sorriso sporco di terra, con la stretta di mano dopo il recupero. E quando si rientra al lodge, con le guance arrossate e l’odore di selvatico ancora addosso, l’atmosfera è la stessa da sempre: quella dei racconti veri, dei brindisi sinceri, del “te lo ricordi quel verro laggiù?”.
Un animale che merita rispetto
Il cinghiale in Turchia non è un animale qualunque. È una figura quasi mitica, soprattutto i verri adulti. Massicci, intelligenti, con una memoria dei luoghi che sembra quasi umana. Cambiano abitudini, orari, zone battute in base alla luna, al vento, alla pressione di caccia. Sono avversari degni.
Molti di questi animali, soprattutto nell’altopiano di Konya, vivono in territori scarsamente antropizzati, ricchi di cibo naturale e poco disturbati. Questo permette loro di crescere molto, sia in età che in mole. I maschi anziani, quelli sopra i 150 chili, sono frequenti. Ma alcuni possono superare i 200 kg e portare zanne lunghe e pesanti, curvate all’indietro come sciabole.
Cacciarli richiede tutto: tecnica, calma, conoscenza dell’etologia, resistenza fisica. Perché questi animali non sbagliano due volte. Se ti fiutano o ti sentono una sera, la prossima cambiano itinerario. Non si fanno fregare facilmente.
Ed è anche per questo che ogni abbattimento di un grande verro è qualcosa che ti rimane dentro. Non per vanità, ma per il rispetto che provi. Perché sai che non è un caso. Sai che te lo sei guadagnato.
La bellezza dell’attesa
Ci sono poi momenti in cui il tiro non arriva. Giornate intere passate in appostamento senza vedere nulla. Camminate lunghe con il solo risultato di una traccia fresca o di un grugnito lontano. Ma anche queste sono caccia. Anzi… sono forse le più vere.
Ricordo una sera in particolare. Era l’ultima del nostro soggiorno. Il cielo si era fatto grigio, una pioggerellina fine aveva cominciato a scendere. Mi trovavo in una piccola altana, affacciata su un vecchio campo di orzo abbandonato. Silenzio. Umido. Il respiro visibile. Eppure lì, in quel nulla, mi sentivo pieno.
Stavo aspettando. Non solo un cinghiale… ma tutto il resto. L’incontro, la sorpresa, la vita.
E alla fine quella sera non sparai. Vidi passare un giovane maschio, troppo giovane. Lo osservai con il binocolo, seguendolo nel suo cammino. Poi lo lasciai andare. E ancora oggi, quando ripenso a quel viaggio, non sono i due tiri andati a segno i momenti più vivi nella memoria… ma proprio quella mezz’ora, da solo, sotto la pioggia leggera, con l’anima completamente immersa in un’altra dimensione.
Il ritorno, quando la caccia ti cambia
Ogni viaggio di caccia ha un punto in cui si chiude. Lo senti quando smetti di guardare l’orologio, quando chiudi la cerniera dello zaino per l’ultima volta e ti volti un’ultima volta verso il bosco. È lì che ti accorgi che la parte più importante non è stato il tiro… ma tutto ciò che l’ha preceduto. Le attese, i fallimenti, le emozioni trattenute, i legami che si sono creati.
La caccia in Turchia, soprattutto nella regione di Konya, è un’esperienza che ti segna. Non solo perché lì i cinghiali sono davvero imponenti, selvatici veri, con quel passo sicuro e quel fiuto incredibile che li fa sembrare creature leggendarie. Ma perché il territorio è autentico, antico, crudo e poetico allo stesso tempo. Cammini in una terra che ha conosciuto imperi, commerci, pastori, pellegrini. Ogni colpo di vento sembra raccontarti una storia che viene da lontano.
Konya non è un luogo da visitare con leggerezza. È un luogo da attraversare con rispetto, con silenzio, con gratitudine. Ogni incontro con un animale, anche solo un’apparizione fugace, ha qualcosa di sacro.
Le notti a raccontare, tra brindisi e complicità
Le serate, dopo le giornate nei boschi o tra i campi, sono quelle che cementano la memoria. Non importa se ci si conosceva da prima o se ci si è stretti la mano solo al momento della partenza. Dopo una caccia così, si diventa fratelli.
Si cena attorno a tavole semplici, con vino rosso e storie vere. Nessuno si vanta, nessuno alza la voce. Ma ogni racconto porta con sé un dettaglio vivido: un’ombra intravista all’imbrunire, un colpo difficile riuscito, il rammarico per un tiro trattenuto all’ultimo secondo.
C’è chi mostra le difese fotografate, chi racconta del proprio cane lasciato a casa, chi si incanta semplicemente a guardare le foto sul telefono.
E sempre, in fondo alla voce di ognuno, c’è quella nota inconfondibile… la nostalgia del giorno che è già passato e la speranza, sottile, che un’altra stagione porti a un altro ritorno.
Il ritorno a casa… con un pensiero fisso
Quando ho rimesso piede all’aeroporto, scarponi sporchi di terra e zaino pieno di polvere e odori di bosco, ho capito una cosa: quella caccia mi sarebbe rimasta dentro per sempre.
Non per i trofei, quelli sbiadiscono. Ma per l’esperienza totale: la fatica, la bellezza, la connessione profonda con la natura. Ogni volta che oggi sento il rumore delle foglie sotto gli scarponi, o il fruscio di un animale nel sottobosco, mi torna alla mente quella collina di Konya… quel chiarore di luna, e il battito accelerato del cuore poco prima del tiro.
E mi torna anche una domanda: quando ci torno?
Perché la Turchia, perché il cinghiale, perché tu
C’è chi caccia per passione, chi per tradizione, chi per sport. Ma chi ha cacciato un grande verro in Turchia, soprattutto con Montefeltro, lo sa: è un’altra cosa.
È un rito antico, un viaggio fisico ma anche interiore. È la scoperta di un animale magnifico, astuto, potente, che merita ogni grammo del tuo rispetto. È la sensazione, rara e preziosa, di essere parte di un equilibrio millenario.
È caccia, sì. Ma è anche poesia.
Se stai leggendo queste parole, forse lo sai già. O forse lo intuisci. In entrambi i casi, il richiamo è forte.
La Turchia ti aspetta. Il verro ti aspetta. E Montefeltro è la chiave per vivere tutto questo come si deve.















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