Frederick Courteney Selous: il gentiluomo della savana e la sua epica spedizione in Matabeleland

C’è stato un tempo in cui l’Africa era mappa bianca, mistero, suggestione. Un tempo in cui le carovane si perdevano tra i baobab e i silenzi delle savane, e i fiumi scorrevano senza nome sulle carte inglesi.
In quel tempo – che era sogno, conquista e pericolo – camminava un uomo solo, con un fucile sulla spalla e un taccuino nel cuore: Frederick Courteney Selous.

Fu tra i pochi europei della sua epoca a comprendere che la vera ricchezza del continente non risiedeva solo nei trofei o nell’avorio, ma nello spirito vivo delle sue terre, nei silenzi carichi di presenza, nel battito del cuore primordiale della savana. Dove altri vedevano terre da dominare, lui scorgeva orizzonti da rispettare.
Selous camminava leggero, osservava tutto, annotava instancabilmente. Non solo impronte di elefanti o tracce di leoni, ma ritmi tribali, tradizioni orali, tramonti che sembravano canti degli dei. Sapeva perdersi nel bush per settimane, senza nostalgia per il mondo civilizzato, e tornava ogni volta più selvaggio, più libero, più umano.
Fu questa sua capacità unica – quella di trasformare ogni passo in memoria e ogni incontro in racconto – a renderlo immortale. Le sue parole, incise su pagine che profumano ancora di terra rossa e pelle abbronzata dal sole africano, ci restituiscono un’Africa viva e palpitante, lontana dalle caricature coloniali, vicina al respiro della natura.
Matabeleland 1871–1882: la spedizione che lo rese immortale

Le tappe
- Inizio spedizione: Capo a sud del Limpopo, zona del fiume Tati
- Regno dei Matabele: ottiene da re Lobengula il permesso di cacciare nei territori tribali
- Mashonaland e Zambesi: territori inesplorati e ricchissimi di fauna
- Hwange e Zambezi escarpment: elefanti, bufali e rinoceronti in quantità leggendaria
Le prede e la caccia all’avorio
Il protagonista assoluto della spedizione era l’elefante africano, oggetto di caccia non solo per sport, ma per l’“oro bianco”: l’avorio. Selous diventò uno dei più celebri cacciatori d’elefanti del suo tempo, ma praticò sempre la caccia con uno spirito sportivo e di osservazione scientifica.
“Non ho mai goduto nel cacciare per distruggere. La vera soddisfazione è nel confronto con l’intelligenza e la forza della preda.”
– F.C. Selous, “A Hunter’s Wanderings in Africa”
Leoni, bufali e fiumi senza nome
Selous affrontò ogni tipo di preda africana:
- Leoni: ne abbatté molti, ma sempre con rispetto. Scrive di una notte in cui tre leoni circondarono la sua tenda, attratti dall’odore di carne. Non sparò. Restò immobile. All’alba, i leoni erano andati.
- Bufali del Capo: descritti come “le creature più imprevedibili d’Africa”. Uno carica e ferisce il cavallo di Selous; lui si salva solo salendo su un termitaio.
- Coccodrilli e ippopotami: lungo lo Zambesi, vive giorni di caccia fluviale su piroghe leggere, a rischio continuo di rovesciamenti.
Selous non fu un conquistatore: fu un mediatore culturale. Visse a stretto contatto con i Matabele e gli Shona, imparando lingue, usi, costumi. Fu ricevuto più volte da Re Lobengula, che lo considerava “l’uomo bianco con il cuore nero, cioè africano”.
Conosceva le piste come un elefante, sapeva leggere il terreno come un segugio. Era solito dire che prima di sparare, si doveva “imparare a camminare come chi si sente ospite”.
Aneddoti leggendari
L’elefante bianco del Matopos
Tra le colline granitiche dei Matopos, gli anziani Matabele raccontavano di un vecchio elefante “bianco”, la cui pelle, a causa dell’età e della polvere chiara, rifletteva la luce come argento. Lo chiamavano Isilwane Esilivula – “colui che scompare con il vento”.
Selous ne seguì le tracce per tre giorni, attraversando vallate rocciose e macchie di mopane. Quando lo vide, solitario tra i massi al tramonto, ne fu folgorato: “Sembrava uno spirito in carne d’avorio”, scrisse.
Invece di imbracciare la carabina, si sedette in silenzio. Il vecchio elefante alzò la proboscide, lo fissò per un attimo lunghissimo… poi scomparve tra gli alberi. Selous non lo rivide mai più. Ma quel giorno lo rese leggenda.
Il bufalo del termitaio
Nel basso Zambesi, Selous si trovò a inseguire un gruppo di bufali del Capo. Uno si staccò dal branco e, ferito, si nascose in una radura densa. Quando Selous lo avvicinò, l’animale caricò all’improvviso. Il cavallo si impennò, e lui cadde.
Con sangue freddo, rotolò dietro un termitaio e da lì, col fiato del bufalo a pochi metri, sparò un colpo secco alla base del collo. Era zuppo di sudore, coperto di fango e respiro. Più tardi scrisse:
“Niente come il bufalo ti costringe a essere presente, qui, ora. È la morte che ti guarda negli occhi, e tu devi scegliere se abbassarli.”
Il leopardo notturno del fiume Tuli
Accampato sulle rive del fiume Tuli, Selous si svegliò nel cuore della notte per un suono leggero: un soffio tra le foglie, quasi un respiro.
Uscì dalla tenda senza lanterna. Il cielo era trapunto di stelle. A pochi passi, vide la sagoma elegante di un leopardo, appollaiato su un ramo sopra la sua tenda. Stava osservando, non cacciando. I due si fissarono per lunghi secondi.
Selous fece un passo indietro e mormorò: “Non oggi, fratello.”
Il leopardo scese con grazia e si dileguò nel bush. Da quel giorno, i suoi portatori lo soprannominarono Ngwenya Wemphilo – “quello che parla al leopardo”.
Le ossa del fiume Tati
Durante un tragitto solitario nel bush tra il Limpopo e il Tati, Selous notò un piccolo tumulo di pietre. Scavando, trovò resti umani: teschi, ossa, qualche frammento di bisaccia in cuoio.
Erano, con ogni probabilità, i resti di una carovana portoghese dispersa anni prima. Nessuno era mai tornato a raccontare cosa fosse accaduto. Selous, toccato, organizzò una sepoltura con rito semplice, incise una croce su una pietra e annotò il punto sulla sua mappa.
“Anche chi è venuto per cercare avorio, merita che qualcuno ne ricordi il nome.”
Il colpo a 5 metri
Un altro racconto celebre – confermato dallo stesso Selous nei suoi diari – narra di un’elefantessa sorpresa nel fitto di un bosco secco vicino all’odierna Gweru. Selous era appiedato, e l’animale caricò senza esitazione. Non ebbe tempo per mirare: sparò d’istinto a meno di cinque metri, colpendo il cranio con precisione chirurgica.
La carica si fermò a mezzo passo da lui. Scrisse:
“Il mondo restò in silenzio, poi tornò a respirare. Il cuore mi batteva come un tamburo di guerra.”
L’incontro con il leone ferito
Nel sud del Mashonaland, inseguì un leone che era stato ferito da un altro cacciatore settimane prima. L’animale zoppicava e sembrava consapevole della trappola che la savana gli stava tendendo. Selous, dopo ore di pedinamento, lo trovò sdraiato sotto un’acacia.
Avrebbe potuto sparare. Non lo fece.
“Aveva negli occhi l’orgoglio del re che ha perso il suo trono. Gli concessi la sua ultima notte in pace. Il rispetto, in fondo, è la vera preda di un cacciatore.”
Il bush in fiamme
Una sera, accampato con i suoi portatori presso il fiume Shangani, un fuoco lasciato incustodito scatenò un incendio che in pochi minuti divorò un’intera fascia di savana secca. Selous guidò personalmente la ritirata dell’accampamento, portando in salvo anche gli animali da soma.
Quando la mattina seguente il fuoco si placò, gli animali tornarono a pascolare attorno alle ceneri. Scrisse:
“In Africa, ogni notte può essere la fine del mondo. Ma ogni alba ti ricorda che sei solo ospite.”
Geografia dell’avventura
L’itinerario di Selous toccò alcuni dei territori africani più selvaggi dell’epoca:
- Matabeleland: terra di guerrieri, fiumi rossi e branchi immensi
- Fiume Zambesi: caccia fluviale, sabbie mobili, coccodrilli
- Mashonaland: ricca di fauna e di miniere aurifere
- Hwange: oggi Parco Nazionale, all’epoca riserva reale
- Regione del Limpopo: leoni e leopardi in abbondanza
- Victoria Falls: raggiunte a piedi dopo settimane di marcia
Il cacciatore gentiluomo
Selous vestiva come un europeo, scriveva come un romanziere e cacciava come un predatore silenzioso. Non vantava trofei, ma raccontava paesaggi. Preferiva le mappe alle medaglie.
In Inghilterra, divenne un eroe. In Africa, restò una leggenda. Non colonizzava, ma esplorava. Non esibiva, ma raccontava. Fu l’ispirazione per il personaggio di Allan Quatermain, l’Indiana Jones dell’epoca vittoriana.
Letture consigliate per approfondire:
- A Hunter’s Wanderings in Africa – Frederick Courteney Selous
- Travel and Adventure in South-East Africa – F.C. Selous
- Sunshine and Storm in Rhodesia – F.C. Selous
- White Hunters: The Golden Age of African Safaris – Brian Herne
- African Adventurer’s Guide – Peter Hathaway Capstick
Eredità
Selous morì in combattimento nel 1917, durante la Prima guerra mondiale, all’età di 64 anni. Fu sepolto a Beho Beho, in Tanzania, oggi all’interno del Selous Game Reserve, che porta il suo nome ed è una delle più grandi riserve faunistiche del mondo.
Oggi, chi cammina nel suo vecchio accampamento, può ancora trovare tracce. Forse un proiettile arrugginito. Forse l’impronta di una tenda. Sicuramente il ricordo di un’epoca in cui la savana parlava solo a chi sapeva ascoltarla.
“In quella terra senza confini, dove la notte ha il profumo delle acacie e il vento sussurra come un tamburo antico, io fui libero.”
— F.C. Selous












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