Il Setter Laverack: il vero English Setter nato per la caccia

Published On: 21 Agosto 2025

Quando parliamo di English Setter, spesso pensiamo a eleganza e portamento… ma il cuore autentico di questa razza batte da secoli nei campi da caccia, non nei ring delle esposizioni.

Il Setter Laverack, capostipite della linea inglese moderna, non nasce per sfilare, bensì per lavorare a stretto contatto con il cacciatore. Era, e dovrebbe sempre essere, un cane da selvaggina. Un cane che sa leggere il vento, interpretare il terreno e collaborare in silenzio con chi lo guida.

Le origini: un cane pensato per la cerca

Per centinaia di anni, in tutto il Regno Unito, i setter venivano selezionati per una sola ragione: cacciare con intelligenza ed efficacia. Dovevano trovare la selvaggina, fermarsi con precisione e restare immobili fino all’arrivo del cacciatore. Edward Laverack riuscì a perfezionare una linea di setter che univa queste capacità con una bellezza fuori dal comune.

Laverack, più di ogni altro, intuì che un cane da caccia perfetto non è solo quello che trova e punta: è quello che lo fa con naturalezza, istinto e grazia. Il suo lavoro, basato sulla selezione meticolosa per più generazioni, portò alla creazione di setter con una morfologia funzionale: muscolatura asciutta, arti lunghi e agili, torace profondo, grande resistenza e uno sguardo vivo, attento, sempre connesso al cacciatore.

Cani da caccia setter inglese

La deriva delle esposizioni e delle prove di lavoro

Tutto cambia a metà Ottocento, quando iniziano le prime gare di bellezza e field trial. Lì, lentamente, lo scopo originario del setter comincia a svanire. I cani iniziano ad essere selezionati per lo stile più che per la sostanza. Si predilige l’estetica, il movimento elegante, il portamento. Ma intanto… la funzione originaria si perde.

I trial venivano sempre più visti come uno spettacolo da giudicare da bordo campo, non come un vero test sul lavoro pratico. I cani cominciarono a sviluppare stili esasperati, ampi, spettacolari, ma spesso poco adatti alla caccia vera. E nelle esposizioni, la situazione era persino peggiore: i soggetti venivano valutati solo per morfologia, con standard sempre più estremi.

A volte, quei cani premiati in mostra non avevano mai visto un campo o fiutato una pernice.

George Ryman e il ritorno all’origine

setter-ingleseAgli inizi del Novecento, negli Stati Uniti, un gruppo di cacciatori americani iniziò a stancarsi di questa deriva. Volevano cani veri. Non premi, ma risultati sul campo. Setter che trovassero la selvaggina, che stessero sul terreno anche per ore, che capissero il linguaggio del cacciatore senza bisogno di mille ordini.

Ed è qui che entra in scena George Ryman.

Ryman non inventa nulla di nuovo: riporta il Setter Inglese alla sua vera natura. Seleziona cani che apprendono da soli, che trovano la selvaggina in modo naturale, fin da cuccioli. Setter intuitivi, nati per stare sul terreno. Senza addestramenti esasperati. Senza bisogno di continui comandi.

Le sue cucciolate venivano testate sul campo già nei primi mesi di vita. Chi mostrava qualità venatorie innate, equilibrio mentale e affinità con l’uomo, veniva tenuto nella linea. Chi no, veniva scartato. Ryman cercava l’istinto naturale alla cerca e alla ferma, ma anche la resistenza e il desiderio di collaborare. Il suo obiettivo? Cani pronti, gentili, eleganti nei modi ma solidi sul terreno. Non cani da circo, ma compagni veri.

Un cane nato per la caccia

Competizioni e ring hanno modificato lo standard, facendo perdere resistenza, fiuto, equilibrio. Ryman scelse la strada opposta: rifiutò i premi, si concentrò sull’efficacia a caccia. I suoi setter erano cani che, a soli sei mesi, cercavano, puntavano e andavano in consenso. Erano, per dirla con le sue parole, “i migliori cani da caccia mai visti, anche più esperti di altri con tre stagioni alle spalle”.

Quando lo si legge per la prima volta, può sembrare un’esagerazione. Ma non lo è. Era esattamente ciò che anche Laverack descriveva nel suo libro “The Setter” del 1872. Laverack scriveva di setter in grado di lavorare con equilibrio e fermezza già a 9 mesi. E la sua linea, proprio come quella di Ryman, dava priorità alla resistenza e alla capacità di lavorare per ore su ogni tipo di terreno.

Laverack sottolineava un aspetto oggi spesso dimenticato: l’importanza della resistenza fisica e mentale. Un setter non è un velocista, è un maratoneta. Deve poter lavorare anche sotto il sole, nella pioggia, sui pendii, tra le stoppie o nei boschi. Questo tipo di cane non lo crei con premi e coccarde. Lo crei con la selezione, l’esperienza, e la comprensione profonda della funzione.

caccia in spagna col setter inglese

Il contrasto con i setter da esposizione moderni

Oggi, quando guardiamo alcuni setter nei ring di esposizione, è difficile riconoscere in loro i discendenti dei cani di Laverack. Troppo caricati, troppo lontani dalla funzionalità. Anteriore debole, coda troppo alta, andature teatrali: tutto il contrario di ciò che serve sul campo.

Fortunatamente, esistono ancora allevatori che portano avanti la filosofia di Ryman e Laverack: setter inglesi rustici, intelligenti, nati per il selvatico. Cani che non si piegano alle mode, ma mantengono intatte quelle doti che per secoli li hanno resi compagni insostituibili di ogni buon cacciatore.

In queste linee moderne “Ryman-type” sopravvive il sapere antico. Sono cani con cui si lavora in silenzio, si condividono le albe e le giornate nei boschi. Cani che non tradiscono, che non si rompono al primo ostacolo, che non hanno bisogno di impressionare… ma di accompagnarti, con fierezza, là dove c’è ancora selvaggina e silenzio.

Ed è proprio in questi setter, fieri e autentici, che continua a vivere lo spirito originale della razza. Un patrimonio genetico e culturale che va preservato. Perché un buon setter non si misura in centimetri o pedigree da esposizione. Si misura sul campo. Nel vento. Nello sguardo profondo che si scambia con il suo cacciatore.

caccia-vagante-con-il-cane-da-ferma

Una giornata perfetta: la caccia vagante di Andrew Mc Loughton nella riserva La Montefeltro di Rivergaro

Era una di quelle mattine d’autunno in cui l’aria sa di terra e silenzio, e ogni respiro ha il sapore della stagione che cambia. Andrew Mc Loughton, cacciatore inglese di lungo corso, era arrivato la sera prima a Rivergaro, nel cuore delle colline piacentine, ospite della nostra riserva La Montefeltro. Un viaggio voluto, cercato, sognato: la sua prima giornata di caccia vagante a fagiani e pernici in Italia.

Il sole si era appena alzato sopra i crinali, regalando alla zona del “Monastero”, una delle più affascinanti dell’intera riserva, una luce calda e radente. Lì, tra i filari d’uva ormai vendemmiati e i boschetti di roverella, si estendevano i terreni più vocati per il passo di fagiani e pernici rosse. Era metà ottobre, e la giornata prometteva bene: cielo terso, brezza leggera, temperatura ideale per i cani e per chi cammina a lungo.

Andrew indossava un gilet in canvas cerato, vecchio di almeno dieci stagioni, e portava con sé il suo fedele side-by-side Holland & Holland. Ma ciò che tradiva la sua emozione non era l’equipaggiamento impeccabile: era lo sguardo. Un misto di attesa e rispetto. Nonostante decenni passati nelle brughiere del Northumberland, sentiva che questa giornata sarebbe stata diversa.

Con lui, due cani italiani guidati dal conduttore della riserva: un setter inglese a mantello blue-belton e un pointer snello ed energico, addestrati con cura e precisione. I primi minuti furono di ascolto: silenzio rotto solo dal rumore dei passi sull’erba secca. Poi la magia.

Poco dopo le otto, il setter si irrigidì. Una ferma statuaria, direzione sud, a ridosso di una siepe di prugnolo. Il pointer si bloccò in backing perfetto. Andrew avanzò con cautela, rispettando le distanze, il fucile aperto in attesa. Allo scatto della comando, la pernice partì fulminea, verso il cielo limpido. Un colpo secco, deciso, preciso. E la prima preda del giorno fu raccolta con eleganza.

Il resto della mattinata fu un susseguirsi di emozioni. Fagiani selvatici, forti e veloci, alzatisi in coppia da un campo di stoppie. Una pernice in fuga che rientrava veloce in un filare di noccioli. Gli odori dell’autunno. Le foglie che scricchiolano. Il respiro del cane, le sue traiettorie perfette. E quell’intesa profonda, che solo chi ha vissuto la caccia vera può comprendere.

Verso mezzogiorno, con tre fagiani e due pernici nel carniere, Andrew si sedette sotto una quercia secolare. Teneva il cappello sulle ginocchia e guardava l’orizzonte con un sorriso calmo. «Questa non è solo caccia,» disse rivolgendosi al conduttore, «è cultura del territorio. Un modo di vivere.»

Cacciatore-inglese-in-visita-a-La-Montefeltro-a-Rivergaro

La riserva La Montefeltro di Rivergaro, con i suoi 1000 ettari di colline, vigneti, boschi e radure, gli aveva regalato un’esperienza autentica. Non solo per la selvaggina di qualità, ma per il paesaggio, per l’accoglienza, per quel ritmo lento che oggi è così difficile trovare altrove.

Nel pomeriggio, prima del rientro, una breve battuta nel “fondo delle querce” regalò l’ultima emozione della giornata: un fagiano maschio, adulto, piumaggio lucido, scaltro, che si alzò lungo il margine di un sentiero. Andrew lo seguì con lo sguardo, ma non sparò. Lo lasciò andare.

«Una giornata perfetta merita una chiusura perfetta,» disse. E il silenzio del bosco sembrò dargli ragione.

Quella sera, mentre il tramonto scaldava le colline emiliane, Andrew Mc Loughton annotò tutto nel suo taccuino. Perché alcune giornate vanno vissute… e poi custodite.

FAQ – Il Setter Laverack: il vero English Setter da caccia

Il termine Setter Laverack indica una linea storica di English Setter selezionata dal celebre allevatore inglese Edward Laverack a metà Ottocento. Grazie al suo lavoro sulla purezza e sulla stabilità della razza, il Setter Laverack è diventato il prototipo del vero cane da ferma inglese, apprezzato ancora oggi per la sua eleganza e per le sue qualità venatorie.

Le radici risalgono al Cinquecento, quando alcuni cani da ferma arrivarono in Inghilterra dalla Spagna. Da quella base si sviluppò una selezione mirata, culminata con l’opera di Laverack, che fissò lo standard morfologico e caratteriale del Setter inglese moderno.

Assolutamente sì. È un cane nato per la caccia, con istinto predatorio naturale, olfatto finissimo e una ferma elegante che lo rende unico. Ancora oggi è molto apprezzato da cacciatori di beccacce e selvaggina di piuma, sia in Italia che in tutta Europa.

Nonostante la forte vocazione venatoria, mantiene un carattere dolce, affettuoso e leale. È un cane equilibrato, che ama la compagnia della famiglia e si adatta bene anche alla vita domestica, purché abbia modo di sfogare la sua energia con passeggiate e corse all’aperto.

È un cane di taglia media, elegante e armonioso, con il classico mantello lungo e setoso. La colorazione è bianca con macchie o puntinature dette belton, che possono essere blu (nero), arancio o fegato (marrone). Il portamento è nobile e distinto, con una testa proporzionata e orecchie ricadenti.

Il Setter Laverack ha bisogno di molto movimento quotidiano. Ama correre, esplorare e lavorare a contatto con l’uomo. Per questo è perfetto per chi vive la caccia come passione, ma anche per chi cerca un cane sportivo e dinamico.

Sì, grazie al suo carattere collaborativo e alla forte predisposizione per il lavoro, risponde bene all’addestramento basato su pazienza, costanza e rinforzi positivi. Non ama i metodi duri: con dolcezza e fermezza diventa un compagno di caccia affidabile e obbediente.

Il Laverack è la linea originaria fissata da Edward Laverack, caratterizzata da eleganza e temperamento equilibrato. Il Llewellin Setter, selezionato successivamente da Richard Purcell Llewellin, deriva proprio dai Laverack ma è stato incrociato con altre linee per ottenere cani ancora più performanti nella caccia agonistica e nelle prove di lavoro.

Sì. Se cresciuto in un contesto equilibrato, il Setter Laverack si dimostra docile con i bambini, socievole con altri cani e molto legato ai suoi padroni. La sua dolcezza lo rende un ottimo cane da compagnia, pur restando un instancabile lavoratore sul terreno di caccia.

Con una buona alimentazione, cure veterinarie regolari e tanto movimento, può vivere in media 12–14 anni. La sua longevità è favorita da uno stile di vita attivo e dalla possibilità di esprimere la sua naturale indole da cane da lavoro.

Condividi Sul Tuo Social Preferito!