Donne e caccia nella storia: regine, amazzoni e ribelli del bosco

C’è un sentiero nella foresta, nascosto tra le felci e i rami bassi, che racconta una storia antica quanto il mondo. È il sentiero delle donne cacciatrici.
Un racconto di fiere sovrane, dee indomabili, ribelli silenziose e amazzoni veloci come il vento. Un racconto che pochi conoscono, ma che merita di essere ascoltato.
Quando si pensa alla caccia nella storia, si immagina quasi sempre un mondo al maschile: re e nobili, cacciatori con il fucile o con l’arco, mute di cani al seguito, trofei da esporre. Ma scavando nella memoria collettiva, tra le pieghe della storia e i margini delle cronache ufficiali, emerge un’altra figura: quella della donna cacciatrice.
Una figura che affonda le radici nella mitologia, sboccia nelle corti rinascimentali, cavalca nei boschi dell’Ottocento e si afferma, libera e fiera, nel Novecento. Un cammino fatto di coraggio, eleganza e passione per la natura. Una storia di libertà, sfida e connessione profonda con il selvatico.
Le Dee della caccia: da Artemide a Diana
Il viaggio inizia molto prima delle cronache storiche. Nella mitologia greca, la caccia è un regno divino, femminile e selvaggio, governato da Artemide, la dea della luna e delle foreste. Con l’arco d’argento sempre pronto, circondata da ninfe e animali, Artemide rappresenta la libertà assoluta. Non conosce vincoli, non sopporta le regole degli uomini, protegge i cuccioli e i bambini ma non esita a punire chi viola la purezza del suo mondo.

Il suo equivalente romano, Diana, eredita le stesse qualità: è la cacciatrice celeste, padrona della notte e della selva, guida spirituale per tutte le donne che cercano se stesse nei boschi. Nella sua scia, generazioni di donne troveranno una giustificazione sacra alla loro passione per la caccia, spesso vista con sospetto o condannata apertamente dalle società patriarcali.
Regine e principesse con l’arco e il fucile
Con il passare dei secoli, la figura della donna cacciatrice si trasforma, ma non scompare. Anzi, diventa simbolo di potere, fascino e intelligenza strategica.
Caterina de’ Medici, ad esempio, era una fine cacciatrice. Durante il suo regno in Francia, non solo partecipava attivamente alle battute, ma spesso le organizzava personalmente, scegliendo la selvaggina, i boschi, il momento. Era famosa per la sua abilità con l’arco e per la freddezza con cui affrontava la caccia al cervo.
Anche Maria Antonietta, seppur nota per altri eccessi, adorava le battute nei boschi di Versailles. Le cronache dell’epoca la descrivono in sella con grazia e sicurezza, armata e determinata come i suoi cavalieri. Non era solo un vezzo: era un modo per riappropriarsi di uno spazio negato, quello del potere maschile sul paesaggio e sulla fauna.

In Inghilterra, la grande Elisabetta I si muoveva nei boschi con mute di levrieri e falchi, e si narra che non perdesse mai occasione per partecipare alla caccia al cervo o alla volpe, usando l’attività come momento politico e personale.
Più vicina a noi, nel Novecento, la principessa Anna d’Inghilterra (figlia di Elisabetta II) è stata per anni una delle donne più attive nella caccia alla volpe britannica, fino al suo divieto. Un’immagine, la sua, a cavallo con la giacca rossa e lo sguardo fiero, che ha fatto discutere ma anche affascinato.
Amazzoni, brigantesse e ribelli del bosco
Accanto alle nobildonne, la storia della caccia al femminile annovera anche figure fuori dai ranghi ufficiali, spesso marginali, ribelli per vocazione o necessità.
Nel folklore europeo, dal Galles alle foreste della Transilvania, abbondano i racconti di donne selvatiche, eremite, curatrici e persino streghe che vivevano ai margini della società, in simbiosi con il bosco e le sue creature. Donne che non accettavano regole né confini, che camminavano scalze tra le felci, che cacciavano con arco, coltello e mute di cani, capaci di muoversi nel silenzio come spiriti del sottobosco.
Molte di loro erano considerate cacciatrici di frodo, ma nei racconti popolari diventavano eroine ambigue, temute e rispettate, donne capaci di badare a se stesse in un mondo che le voleva sottomesse o dimenticate.
In Galles, si racconta della leggendaria Cŵn Annwn, una caccia spettrale guidata da Rhiannon, dea e regina dell’Altromondo, che cavalcava tra le brughiere con cani bianchi dagli occhi rossi, simbolo di giustizia e vendetta. Alcune versioni tardo-medievali descrivono Rhiannon come una figura selvaggia e libera, capace di trasformarsi in cerva per sfuggire agli uomini o per condurli in un’altra dimensione.
In Bretagna, sopravvive ancora la memoria di Marie de France, poetessa del XII secolo, che nei suoi lais parlava di dame che si travestivano da uomini per poter cacciare nei boschi proibiti. Una delle sue eroine, Guigemar, si innamora di una donna che vive in una foresta incantata, sola con i suoi cani, libera dalle costrizioni della corte.
In Transilvania, il folklore racconta di Baba Dochia, figura antichissima che incarna la donna-selvaggia, madre e strega, che vive tra le montagne, nutre i lupi, raccoglie erbe e talvolta scaglia frecce invisibili per difendere i suoi territori dai cacciatori maschi. Si dice che i suoi spiriti protettori siano caprioli, aquile e orsi.
Anche nella storia italiana non mancano figure femminili che incarnano l’archetipo della donna cacciatrice ribelle, capace di muoversi tra i boschi con la stessa padronanza dei migliori uomini d’arme. Durante il Risorgimento, le insurrezioni popolari e le guerre contadine del Mezzogiorno, diverse donne si distinsero non solo come combattenti, ma anche come abili cacciatrici, capaci di sopravvivere per settimane – se non mesi – in ambienti ostili, sfamandosi con ciò che la natura offriva, seguendo le tracce della selvaggina e imparando a leggere il linguaggio silenzioso del bosco.
Tra tutte, una delle figure più leggendarie è quella di Michelina De Cesare, detta “la brigantessa”, nata a Caspoli (Caserta) nel 1841. Dopo l’Unità d’Italia, si unì a una delle bande di briganti più attive del territorio e imparò a cacciare selvaggina per il gruppo, armata di fucile e coltello, capace di muoversi tra le montagne del Matese come un’ombra. La sua figura era temuta e rispettata, e fu immortalata in numerose ballate popolari.
Un’altra donna straordinaria fu Carmela Ruggiero, moglie del brigante Cosimo Giordano. Non solo sapeva sparare e lottare, ma era esperta nella caccia al cinghiale e spesso guidava le operazioni di approvvigionamento del gruppo. Secondo alcuni racconti orali raccolti in Basilicata, riusciva a leggere il vento e il passo degli animali, e i suoi colpi erano sempre precisi.
Anche Assunta “la Pastora”, attiva tra Abruzzo e Lazio all’inizio del Novecento, è ricordata come una donna capace di condurre cacce solitarie nelle gole appenniniche, vivendo in rifugi improvvisati, con il fucile sempre a tracolla e uno o due cani da caccia al seguito. Il suo nome compare nei racconti dei pastori come esempio di “femmina che non aveva paura del sangue né dell’inverno”.
Per tutte loro, la caccia era molto più che una necessità: era un modo di affermare la propria libertà, di sottrarsi ai vincoli imposti dalla società o dallo Stato, di vivere secondo regole proprie, in un mondo dove la foresta era rifugio, scuola e complice.
In queste donne rivive l’archetipo antico della cacciatrice selvatica, custode di un sapere naturale tramandato fuori dai libri, vissuto sul campo, tra fumo da sparo, orme sul fango e silenzi che solo chi conosce il bosco sa decifrare.
La caccia come libertà femminile tra ‘800 e ‘900
Nell’Ottocento, con l’avvento del Romanticismo e il ritorno della natura come rifugio spirituale, la figura della donna cacciatrice ritrova spazio, soprattutto nell’aristocrazia e nella borghesia illuminata.
Le battute diventano occasioni mondane, ma anche spazi di affermazione personale. Cavalcare nei boschi, imbracciare il fucile, seguire il lavoro del cane: sono gesti che liberano la donna dal ruolo passivo e decorativo imposto dalla società.
Nel primo Novecento, in alcune regioni francesi, svizzere e italiane, le donne cominciano a ottenere le prime licenze di caccia, nonostante le opposizioni. Alcune lo fanno per eredità familiare, altre per puro spirito di indipendenza.

E poi ci sono loro, le scrittrici, le artiste, le viaggiatrici. Donne che hanno saputo trasformare la caccia in un gesto poetico, una dichiarazione d’identità, un ponte tra cultura e istinto. Non cacciatrici per necessità, ma per scelta, per amore della natura selvaggia, del silenzio e dell’equilibrio che solo il paesaggio incontaminato sa offrire.
Due nomi, tra tutti, brillano in modo particolare: Karen Blixen e Gertrude Bell. Donne diversissime per stile e percorso, ma unite da una visione affine: la caccia come via verso la libertà, come contatto profondo con il selvatico e come forma di espressione personale.
Karen Blixen: la voce della savana
Karen Blixen, danese, visse in Kenya per quasi vent’anni, tra il 1914 e il 1931. Nella sua opera più celebre, Out of Africa, raccontò con sensibilità struggente la bellezza e la durezza della vita nella Rift Valley, in una tenuta agricola ai piedi delle colline Ngong.
Oltre a dirigere la piantagione di caffè e a stringere legami profondi con le comunità locali, Blixen visse a stretto contatto con la natura africana, osservandola, amandola e – sì – anche cacciando. Lo fece al fianco dell’uomo che amò per tutta la vita, Denys Finch Hatton, pilota, esploratore e cacciatore britannico dal fascino irrequieto.
Ma per Karen la caccia non era mai puro atto predatorio: era rito, estetica, tensione narrativa, parte integrante del vivere nella savana. Scrisse della caccia con toni lirici, parlando della nobiltà dell’animale selvatico, della precisione necessaria a ogni gesto, del rispetto profondo che si deve alla preda. Nelle sue parole, la cacciatrice non è mai arrogante: è parte dell’equilibrio, custode del paesaggio, spettatrice incantata e, all’occorrenza, predatrice consapevole.
Nei suoi racconti traspare un senso del tempo sospeso, tipico della grande caccia africana: un’attesa lunga, silenziosa, scandita solo dai rumori del vento e degli uccelli. E quando il colpo parte, lo fa con misura, con rispetto, con malinconia.
Gertrude Bell: la cacciatrice del deserto
Più ruvida e militante fu Gertrude Bell, vera pioniera dell’archeologia, della geopolitica e della diplomazia britannica in Medio Oriente. Nata nel 1868 da una famiglia industriale dell’alta borghesia inglese, Bell fu una delle prime donne laureate a Oxford, e subito dopo cominciò a viaggiare da sola, armata di taccuini, mappe, e – spesso – di un fucile da caccia.
Attraversò i deserti della Siria, dell’Iraq e della penisola arabica, dormendo nelle tende dei beduini, studiando rovine antiche, disegnando mappe che sarebbero state poi usate dall’Impero britannico per ridisegnare i confini del Medio Oriente.
In queste terre aspre, dove poche donne europee osavano mettere piede, Gertrude si guadagnò il rispetto delle tribù locali non solo per la sua intelligenza e diplomazia, ma anche per la sua abilità nel cavalcare e nel maneggiare le armi. Cacciava spesso per necessità – gazzelle, uccelli, lepri – ma anche per condividere con i suoi ospiti il rituale antico del pasto ottenuto con le proprie mani, elemento che le permetteva di farsi accettare come pari.
Fu soprannominata “la Regina del Deserto”, e la sua figura ispirò film, romanzi e saggi. Era una donna che parlava l’arabo, scriveva lettere a Winston Churchill e si muoveva tra le dune con la stessa naturalezza con cui sfogliava un manoscritto antico.
Per lei, la caccia era parte di una vita d’azione, di scoperta, di immersione totale in un mondo “altro”, da comprendere e rispettare. Una forma di legame diretto con un paesaggio vasto e indifferente, dove sopravvivere significava adattarsi, osservare, muoversi con precisione. Esattamente come fa ogni buon cacciatore.
Due volti, una stessa libertà
Blixen e Bell. Due donne profondamente diverse – una poetessa del paesaggio, l’altra esploratrice dell’ignoto – ma accomunate da una visione profonda e personale della caccia. Non spettacolo né trofeo, ma gesto di immersione, di silenzio, di connessione con il territorio e con se stesse.
I loro racconti ci restituiscono una dimensione femminile della caccia fatta di intelligenza, misura, bellezza e forza. E ci ricordano che ogni donna cacciatrice porta con sé un’eredità antica, che oggi possiamo riscoprire e raccontare senza timore, con rispetto e ammirazione.
Oggi: un’eredità che continua a camminare nei boschi
Oggi la presenza femminile nel mondo della caccia è in crescita costante. Donne che non si accontentano più di essere spettatrici, ma che vivono il bosco, il cane, la pianura, la montagna, con la stessa intensità e rispetto degli uomini. Donne che conoscono il linguaggio del selvatico, che seguono le orme con pazienza, che si confrontano con la natura senza bisogno di giustificarsi.
Donne che riscoprono un legame antico, quello tra il corpo, il respiro, il paesaggio e l’istinto. Perché la caccia, quando è vissuta con consapevolezza, è anche questo: una forma di ascolto profondo, un esercizio di presenza, una prova di libertà.
Conclusione: raccontare la storia nascosta
Il sentiero delle donne che cacciano è stato a lungo coperto dalle foglie del pregiudizio, ma ora sta tornando visibile. È una storia fatta di dee e regine, di ribelli e amazzoni, di fucili e silenzi. Una storia da raccontare, da onorare, da tramandare.
Perché nel cuore del bosco, la femminilità e il selvatico si incontrano, e insieme scrivono una delle pagine più affascinanti della storia della caccia.













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